La villa d’Ostellio — vue synoptique
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Référence : Luigi Gualdo, La villa d’Ostellio, in «Gazzetta musicale», 19–26 marzo e 2–9–16 aprile 1871.
Transcription
LA VILLA D'OSTELLIO
I.
Le abitazioni d'ogni specie, palazzi, case, castelli, tutte hanno le loro vicende, la loro storia come gl'individui ed i popoli. Passano attraverso le fasi di prosperità, di splendore, di decadenza e di rovina. A momenti s'oserebbe quasi dire che- sembrano felici, ad altri[var]var.1877: Talora sembrano felici, tamora invece portano impresso dovunque il segno della desolazione. invece portano impresso dovunque il segno della desolazione. La fortuna delle dimore segue la fortuna degli abitanti.E strano a dirsi, ma pur vero[var]var.1877: E, dall’inevitabile azione del tempo, dall’abbandono derivano le piu disparate conseguenze. all'inevitabile azione del tempo, dall'abandono devrivano le piu disparate conseguenze. Talvolta il decidimento conduce alla miseria la piu squallida: alla piu triste distruzione, tal altra mirabilmente abbelisce, e agli stupendi edifici rosi anni aggiunge una novella e diversa poesia; [var]var.1877: Talvolta il decadimento conduce alla miseria la piu squallida la piu squallida, tal altra mirabimente abbellisce, e agli stupendi edifici rôsi dagli anni aggiunge una novella e diversa poesia ; menire ad alcune costruzioni scevre d'intendimentp artistico, dona un incanto che non ebbero mai, ed imprime un carattere che il proprierarto non giungeva nemmeno a imaginare. Passando talvolta per qualche via deserta serta, mai selciata d'una città di provincia, se vedete ad un tratto sorgere ai vostro fianco uno di que' magnifici palazzi di stile barocco, che conservano ancora non pallido riflesso della sontuosità passata, con i suoi pesanti ornamenti spezzati qua e là, con le ricche inferriate arruginite, con le malerbe ch'escono d'intra le pietre e l'umido muschio che oblitera lo stemma del portone, avete di certo pensato, che nei lieti giorni della dovizia e della maesta non aveva quella belezza vetusta che ora piu d'ogni altra vi attrae e vi far sostare. Ma se invece vi si presenta alla sguardo la elegante ed odiosa "casa di campagna" del negoziante di candele arrichito, tutta nuova e lucciante, dipinta a ghirogori giallognoli e rosa, con le persiane turchine, preceduta dal giardino "ben tenuto" con piccola barca ch'entra nella piccola grotta a lato del piccolo lago artificiale. non vi passerà mai per la mente che fra un secolo un poeta possa fermarsi dinanzi a quel cancello e restare assorto in beata contemplazione davanti allo stupendo disordine che la natura ritornata padrona di quell'angolo, vi avrà fatto, sostituendo alla cattiva pensa architettonica del droghiere defunto, la sua instancabile e feconda improvvisazione.
La villa di cui raccontiamo la storia, ch'è quasi una leggenda era situata in un punto che non vogliamo troppo determinare, non lontano da Tivoli; e mentre era stata altre volte sontuosissima e splendidamente abitata, lasciata ora quasi nell'abbandono e dimora soltanto d'un vecchio domestico, aveva precisamente subito una di quella tali trasformazioni, di cui s'è detto piu in su. Anticamente i principi d'Ostellio, che n'erano padroni, vi conducevano la splendida vita delle villegiature romane e vi tenevano, come suo dirsi, casa aperta; ma ora da due generazioni avuvano smesso d'andarvi. Il penultimo proprietario aveva sempre vissuto fuori d'Italia, scorrendo l'Europa per missioni diplomatiche (che allora avevano ancora un qualche significato) ed era morto lontano e dimentèro affato della sua villa, che già aveva molto perduto dell'antico splendore. L'ultimo poi e presente padrone, era un giovane elegante che preferiva l'avenue des Champs Elysees di gran lunga e si curava della villa ancora meno del padre.
Pietro, il vecchio servitore lasciatovi alla custodia, vi abitava sole, e col lungo starvi aveva come finito a far parte della villa egli stesso. In quella solitudine era divenuto assai taciturno. scambiando solo qualche parola con i guardaboschi ed i contadini. Adorava i suoi padroni e tutti quelli che avevano con essi relazione, e forse piu ancora adorava quella casa, cui gli doleva di vedere cosi abbandonata, e dove aveva passata quasi tutta quella sua lunga e monotona esistenza e dove avrebbe certo finito i suoi giorni. Ogni mattina, appena alzato, comminciava a spolverare le vaste sale, come se da un momento all'altro aspettasse l'arrivo di qualcuno, poi curava che il giardino fosse il meglio ordinato, quindi girava per il parco guardando che nessuno v'arrecase troppo danno-cercava insomma in tutti i modi di riparare alla incuria dei signori, e circondava quel palazzo tutto suo di cure quasi paterne. Vedendolo aggirarsi per i vastissimi appartamenti, a passo un po' incerto ma svelto ancora, con quella sua testa chiusta sul petto dal tempo, incuteva il rispetto dovuto al vecchio ed al solitario; sulla sua fronte, nello sguardo, nel suo attegiamento, in tutta la sua persona, si scorgeva l'impronta lasciata sull'uomo da una sola idea, e la purezza di coscienza che deriva dalla tranquillità e dalla rassegnazione; o insieme si vedeva che fuori di quella villa a de' suoi padroni nulla esisteva per lui: la sua dimora e le sue affezioni erano parimente ristrette o vaste.
Non tutti imaginano i curiosi effetti che talvolta derivano da una vita come quella del vecchio Pietro. La solitudine, le poche e simplice idee che possono diventare idee fisse, hanno senza dubbio una influenza sul cervello; il quale compiendo incessante il suo lavoro, puo trarre l'uomo alla misantropia e alla stravaganza[var]var.1877: passage supprimé. A forza di star solo, con i soliti pensieri in testa e gli antichi affetti rinchiusi in cuore, quel vecchio s'era fatto strano. Era diventato sordo assai, ed aveva preso l'abitudine di soliloquizzare ad alta voce. Quando discorreva con alcuno, parlava brevemente ed a sentenze. Ripeteva spesso le medisime cose, mostrando una grande tenacità di pensiero. Parlava abitualmente del giovane padrone che doveva arrivare, della[var]var.1877: dello splendore che doveva nuovamente rifulgere sulla villa; scordandosi degli anni trascorsi senza che cotesta sua speranza si fosse avverata. Il principe era venuto soltanto qualche rara volta, facendo una gita con lieta e numerosa brigata; e benchè Pietro fosse allora stato scandalizzato da cio che aveva visto e udito, pure era stato ben contento di quella breve visita: ne aveva lungamente parlato, e aveva in cuor suo sperato che si ripetesse. Altra volta erano venuti gli amici senza di lui, il che sebbene non gli avesse dato un gran piaecere, tuttavia era stato per lui un avvenimento. Ma, da molto tempo no ns'erano piu ripetute nemmeno queste brevi visite; e quantunque sapesse il principe lontano lontano, pure non cessava mai dallo sperare. Ogni mattina, seriamente, tranquillamente, parlando con sè, scuotendo il capo; spolverava dappertutto, metteva ognoi cosa in bell'ordine.[var]var.1877: Ogni mattina, seriamente, tranquillamente, parlando con se, scuotendo il capo, metteva ogni cosa in beli' ordine. Stava talvolta assorto in pensieri, guardando la sua imagine riflessa nei grandi specchi. Era nello stato d'animo di chi aspetta sempre. Se il principe fosse entrato d'improvviso, egli ne sarebbe stato lietissim, ma non certa stupito. Dominava in una ampia stanza, attigua alla cucina, a lato d'un alto camino in marmo bigio, dove d'inverno ardevano dei tronchi d'albero quasi interi in compagnia d'una vecchia donna di casa, piu sorda di lui, e d'un grosso cane nero dal lungo pelo, fedele e intelligente, che da lunghi anni divideva con loro il pasto e prendeva quasi una parte eguale nella conversazione.
Nell'inverno, la villa era triste e oscura, il giardino pigliava un aspetto desolato; e nel vasto parco non si scorgevano che gli scheletri degli alberi altissimi ed il suolo undurito e nudo. Passeggiando per quei viali affatto spogli, con a lato i cespugli regolarmente tagliati in forme ornamentali, scorgendo qua e là tra i rami secchi le statue condannate alla nudità, quali bizzarramente mutilate, quali mal sostenute dai piedestalli infraciditi, vi sentivate un freddo penetrare nell'anima che deriva sopratutto dall'effetto del malinconico spettacolo. Il palazzo, superbo edificio nello stile del rinascimento, con due grande ali sporgenti, tutto a ornati e ricche lesene pittoricamente guaste, con davanti un vasto terrazzo che dava adito alle sale, a cui si saliva per cinque gradini larghissimi vi rattristava esso pure; e piu ancora se penetravate nelle vaste sale deserte, in cui nulla s'udiva tranne l'eco de'vostri passi e uno si vedeva alcuno se non i personaggi silenziosi degli afferschi impalliditi e dei logori arazzi.
Ma di primavera, nello spuntare del primo forellino, tutto cambiava. Piu che altrove era incantevole in quella villa abbandonata il risvegliarsi delle cose. Uno dono l'altro tutti uccelli del bosco cominciavani il loro canto, e tutto un concento trilli riempiva i lunghi viali. V'era qualcosa di tumultuoso nella rapidità con cui le piante cordeggiavano e o prati si smaltavano di fiori. Nessun giardinere era li per corregere la temperanza della natura. I felli cespuli erano pieni di rose e le nuove frondi uscivano qua e là in disordine attraverso alle forme architettoniche a dispetto d'ogni simeetria. I ramoscelli sboccianti s'attorvigliavano pazzamente intorno alle statue e alle dee di marmo sembravano sorridere nel vedersi abbracciate da quelle piante parassite: delle fronde novelle uscivano quasi d'improvviso dai tempii di verdura e in uno slancio inconsapevole prendevano d'assalto le Veneri di granito. Dovunque spiccavano le viole.
Dalla prima giornata di primavera, lo spettacolo che tentiamo descrivere si potrebbe paragonare ad una sinfonia, che comincinado lieta e leggiera andasse a poco a poco allargandosi in un magnifico crescendo, per giungere finalment alla pace profonda, fresca, indescrivibile dell'estate.
Allora, alla garrula contentezza del principio, allo scoppo di allegria, succedeva una gioia intensa, contentata. Gli augelleti si nascondevano nei solti inacessibili e cantavano sommessi. I verdi di facevano piu oscuri, ed erano tanto fronzati gli alberi, che internandosi per i sentieri tranquili in alcuni punti sembravano neri. Le cascate trasparenti e bianche scendevano con monotona armonia le scalinate di pietra annerita e verdeggiante. Una irescura di cui è impossibile farsi un'idea regnava in quei siti. I raggi del sole non potevano farsi strada. V'era un' ombra impenetrabile deliziosa, non scevra di mistero. In alcuni punti non si sapeva piu dove s'era, tanto apparivano profondamente freschi, umidi, solitari, lontanissimi dal resto del mondo Uno di questi punti era a fianco dell'ala sinistra del palazzo. V'era un circolo irregolare di piante ad alto fusto, le cui cime frondose intercerravano i raggi, e non lasciavano scorgere che ad angustissimi picchi l'azzuro del cielo. Alcuni rami di quelle si spingevano sul palazzo, coprivano gli stipiti a ghirlande, e pareva volassero entrane per l'ampie finestre del primo piano, Piu sotto, soltissimi boschetti col loro capo verde formavano un asilo quasi inascessibile. In mezzo v'era un piccolo lago naturale di forma ellittica, irregolare: l'aqua n'era nettissima, ma non limpida. Specchiandovisi pareva di guardarsi in un vetro opaco. Alcune piante aquatiche dalle larghissime foglie pallide galleggiavano qua e là. Proprio sull'orio v'erani delle macchie di flori candidissimi a pistilli colorati d'una specie assai curiosa. Gli alberi si riunivano al dispora formando una vôlta d'un verde tanto oscuro che in alcuni punti l'aqua era bruna. Qua e là i contorni delle foglie vi si riflettevano distintamente. Il suolo era quasi tutto coperto d'un'erbetta d'un verde smorto, morbidissima. Ivi regnava l'ombra e il silenzio. L'aria era profumata.
Ma quel sito non era allegro; sembrava invece pieno d'un gaudio misterioso. Pareva che dovesse iscire da quei cespugli qualche apparizione mitologica; poteva credersi un recesso creato per celare agli occhi mortali gli amori delle dee. Anche per gli umani era un luogo dove non si poteva pensare ad altro che alla solitudine in due. V'era una pace ineffabile, completa, amorosa.
II.
Correva il mese di Giugnio. La villa e il giardino erano nel piu ben momento. La indicibile calma del meriggio pesava sulla campagna. Il sole batteva a piomno, ma un ira quello ombre tranquille al fresco zampillare delle fontane, sull'erba umida regnava un'atmosfera paradisiaca. Le cascate sembravano aspettare che le ninfe del bosco nella loro olimpica nudità andassero a bagnarvisi. Le statue parevano lamentarsi della loro solitudine. Il parco era uno splendore. Tutte le tinte di verde, dal piu tenero al piu severo vi si univano. Persino il vecchio Pietro si sentiva quasi ringiovanito da tutta quella festa estiva. Sorrideva da sè, guardando dalle finestre aperte quel trionfo della natura. Cio lo rendeva quasi allegro, piu che mai scanteva la polvere dalle tende di velluto, e toglieva le ragnatele dalle dorature delli spigoli.
Un giorno-bellissimo tra que' bei giorni-in quell'ora incantevole quando il calore comincia a scemare, e una lievissima brezza spirandi commove l'erba e i fiori, il vecchio domestico se ne stava tranquillamente seduto sulla terrazza dell'ala destra, quando a un tratto si scosse, spaianro gli occhi e guardo fissamente verso un punto del viale, che con una vasta curva conduceva fino alla porta d'ingresso.
Era una vista insolita. Su quel viale, a una ventina di passi di distanza, s'avanzava lentamente una fulgida coppia: un giovinetto e una fanciulla, stretti l'uno all'altro, come evocati della imaginazione d'un poeta. Egli era alto, snello, simile a un paggio; ella era bionda, sontuosamente vestita da sposa, tutta in bianco, idealmente bella. Sembravano un'apparizione.
Pietro, benchè non dovesse essere facilmente stupito da nessun arrivo, pure non osava credere a cio che vedeva, e comincio con lo strofinarsi gli occhi per accertarsi che non era in preda a un'allucinazione: poi s'alzo e mosse incontro ai due venivano: e piu s'avvicinava, piu s'accorgeva della realtà della loro presenza. Ma, allo stesso tempo, osservè su quei due visi giovanili, l'espressione d'un mal celato turbamento. Pure usciva dai loro sguardi amorosi una cosi balda contentezza, che lottava contro il senso involontario di timore che pareva sentissero. Procedevano lenti ed incerti, e quando videro il vecchio che veniva loro incontro, si soffermarono; una poi, fattosi animo, ripresero il loro cammino.
Egli era tanto elegante della persona che perfino il brutto costume allora di moda (era sul principio del secolo) non gli stava male. V'era nel suo corpo qualcosa di cosi statuariamente bello, che, qualunque vestito avesse portato, questo sarebbe sembrato un anocronismo. Era alto e divinamente fatto; e la sveltà ma maschia prestanza della sua figura, contrastava col viso delicato è troppo bello su cui non era ancor sparita la rosea freschezza dell'infanzia. Aveva l'occhio grande, brano, pieno di vita e di languore insieme, i capelli oscuri e riociuti che gli lambiva il collo bianchissimo. Il suo costume era nero, stretto al copo: portava stivali e un piccolo mantello che gli s'attorgilava intorno e gli cadeva sul braccio sinistro. Al destro s'appoggiava con un indicibile abbandono la bellissima compagna, i suoi capelli che parevano ora in fusione, ed i suoi occhi di color di cielo contrastavano con quelli di lui, mentre s'accordava l'espressione, identica su quei due visi diversi.
Ella pare era in quella età, quando appena appena sboccia dalla fanciulla la donna. V'era nel suo incedere e nella ricchezza del suo abito da fidanzata qualche cosa di principesco. Eppure nulla potevasi imaginare di piu blando del suo sorriso, nè di piu dolce del suo sguardo; ma quando quella pupilla volgevasi a lui, facevasi ardente, e sprofondavasi nel suo.
Pietro non potè certo veder tutto questo, ed ebbe solo il tempo d'accorgersi della suprema e adolescente bellezza di quei due, nel momento che si soffermarono: chè dopo se li ebbe vicini, e rimasto abbagliato e confuso, abbasso gli occhi e stette rispettoso come aspetasse i loro commandi.
Ma, essi del paza, come già s'e detto, sembravano imbarazati. In quell'istante s'udi un rumore di ruote, e poi si ride una carozza passare tra gli alberi, allontanarsi; era certo quella che li aveva condotti. Allora il vecchio domestico, timidamente, offri loro d'entrare in casa, e disse ch'egli era pronto a servirli. Pareva che a tali detti riprendessero coraggio: si consultarono prima con lo sguardo, poi si dissero qualche parola all'orecchio, e finalmente la fanciulla rivolse a Pietro il suo inde- indescrivibile sorriso; ambedue accennarono di si col capo, e lo seguirono.
III.
Qualche tempo dopo, l'aspetto della villa era affatto mutato.- La tristezza che regnava di solito nell'interno, era quasi scomparsa. Pietro s'affacendava sempre piu, ed era tutto ringalluzzito: un misterioso sorriso di contentezza illuminavagli il volto, che aveva preso un'espressione quasi di giovialità, del tutto nuova. L'atmosfera stessa pareva diversa. Le finestre dell'ala sinistra che guardavano su quel piccolo, freschissimo lago, di cui già s'è parlato, stavano aperte.
Quello era l'appartamento abitato dai due ospiti sconosciuti. Era la parte piu antica della casa; si componeva di una vasta sala, molto riccamente aaddobata, ma con le tappezzerie sdruscite assai; di due altre stanze, una amplissima, l'altra meno tanto alte che sembrava d'essere in una torre: e di un gabinetto dipinto a fresco, dove il tempo aveva corretto la fantasia molto procace del pittore. Per giungere a questo appartamento bisognava attraversare la fila di saloni che riempivano il corpo di mezzo del palazzo.
La camera, le cui finestre si aprivano sopra a quell'oasi deliziosa di cui s'è detto, non erastata abitata da tempo immemorabile. La vôlta, arrontondala quasi come la cupola d'un tempio, era dipinta a colori delicatessimi, e talmente coperta di dorature, a fogliami e rabeschi, che sarebbe stata abbagliante, sè gli anni non avessero tolto il luccichio degli ornamenti e sbladite le tinte. Un magnifico drappo di seta celestre ed argento e florami, di tinta cangevole e pieno di riflessi piu chiari qua e là, copriva le pareti. I mobili erano bizzarramente scolpiti. Il letto, altissmo, a colonne intagliate, tra le quali cadevano le cortine in pieghe sontuose, occupava quasi tutta una parete. In faccia erano le due finestre, per le quali la luce penetrava smorzata dalle frondose cime delli alberi. In questa stanza il silenzio pareva maggiore che nelle altre.
Dal momento dell'arrivo dei due fanciulli, tutto era cambiato. Pietro era rimasto sbalordito; sedotto sulle prime; poi s'era come innamorato dei due innamorati. Li serviva come avessero appartenuto alla famiglia dei suoi padroni. Le sue giornate ora erano riempite; la sua vita ave8va uno scopo. S'occupava di loro piu che potesse; nelle ore di solitudine, o a mensa con la vecchia donna, stava forse piu pensieroso che per lo passato, ma si sentiva meno triste. Quali fossero a vari pensieri che passavano in quella sua testa curva, non è certo facile l'indovinare. Senza dubio, egli doveva, malgrado la contentezza che provava per qual poema vivente, venuto a illuminare la sua monotona esistenza, essere molto imbarazzato se tentava di spiegare l'arrivo straordinario di quei due. Ma, lo ripetiamo, non sapremmo proprio dire a che cosa rifletesse, quando se ne stava con la fronte in mano, seduto vicino al secolare spento della vastà cucina Supponeva forse che fossero amici del principe ? Una o due volte aveva rispettosamente rivolta al giovane qualche domande in proposito: ma non aveva ricevuto che risposte assai incerte. Quello di cui egli non poteva dubitare era che quei due sposi (li credeva tali) fossero altissimi personaggi, e che il suo padrone sarebbe stato onorato di ospitare nella sua villa; benchè nel modo ch'erano giunti, nella loro taciturnità e in varie altre cose, vi fosse certo un non so che di strano e molto dell'inesplicabile.
Ma sopratutto egli capiva che li amava. Subito aveva risentito per loro una irresistibile simpatia; il suo vecchio cuore, da tanto tempo vuoto s'era come risvegliato dinanzi a loro, e provava per essi un affetto che di giorno in giorno cresceva.
La loro venuta era un avvenimento inatteso che d'un tratto aveva completamente mutato la sua esistenza. Alli altri abitanti della villa aveva detto che li conosceva, che dovessero servirà come fossero i padroni. Sulle prime s'era lambiccato il cervello per indovinare chi fossero e d'onde venissero; ma piu voleva loro bene meno s'occupava di cio; con l'aumentare dell'affetto scemeva in lui la curiosità. Dopo pochi giorni gli sembrava naturalissimo di vederli; e in fine comprese che non avrebbe piu potuto farne senza: non gli passava per la mente che forse un giorno sarebbe venuto in cui avrebbero dovuto partire; li amava intensamente. E allo stesso tempo diminuiva a poco a poco n lui il consueto desiderio di rivedere il principe: poichè la fulgente presenza di quei due felici lo distraeva dal suo antico pensiero.
Essi rappresentavano inconsci l'amore nella sua espressione piu pura, piu dvina. Essi vivevano, ma sembravano al di fuori della vita: si vedeva che ne ignoravano tutto, le lotte, i dolori, le colpe. Piu ancora che un sogno fatto reale, erano la incarnazione d'un poema. Dei cento colori ond'e dipinta l'esistenza, essi non ne conoscevano che uno-l'azzurro: dei sentimenti, ignoravano tutto, fuorchè l'amore, e di questo non conoscevano né il fuoco che incendia, nè il veleno che rode, ma soltanto l'ambrosia celeste e la immensa luce che rischiara. Essi erano n purissimo romanzo in azione, una poesia: nessun dramma era stato tra di loro. Nel tumultuoso viavai d'una gran città, in quel vortice affaccendato d'interessi, di passioni, di cupidigie, dove il tragico posa rasente al comico, dove s'incontrano il male ed il bene, dove si vive in modo affrettato e febbrile, essi sarebbero stati uno straordinario contrasto, una nota isolata e dolcissima in fragoroso concerto. Nella solitudine invece della nostra villa abbandonata e sontuosa, essi l'animazione mirabilmente con la natura che li circondava. Quel parco verdeggiante e misterioso era il scenario richiesto per quel roseo poema.
Si vedevano alla mattina, in quell'ora freschissima quando la notturna rugiada tremola ancora sull'erbe e sulle foglie, comparire sul terrazze: e ogni volta che li scorgeva sembravano quasi al Pietro un'apparizione nuova, poichè non sapeva abituarsi a non ammirarli. Di là, passando pei larghi viali delle curve eleganti: dove, allontanandosi, formavano una stupenda macchietta, s'internavano nel solto del parco, e andavano a pernegli ombrosi recessi, dove vedevano l'azzurro del cielo attraverso agli interstizi dei rami, senza altri testimoni che gli abitatori dei nidi, nascosti tra le frondi. E nelle calde ore del meriggio, obliavano nella frescura di quei siti segreti, i raggi cocenti del sole che percotevano la casa e i prati. E quelle ore passavano ineffabili; tutte d'una sola tinta, ma non monotone rapidissime e lente.
Appena che il vecchio domestico li scorgeva in distanza, il suo sguardo si fissava su di loro, ne piu lo distaccava. Piu li guardava piu rimaneva estatic; piu cresceva in quel suo cuore da tanto tempo vuoto, l'affetto che subito aveva loro portato, e che diventava ora quasi paterno. Con quanta gioia imbandiva loro la mensa frugale, ma ricca d'apparato, nell'ampio salotto a stucco ed a freschi, dove una volta i suoi padroni tanto allegramente banchettavano! Com'era lieto, quanta serena contentezza gli riempiva l'animo, quando, nella luce dorata del crepuscolo, da una finestra, li vedeva in mezzo al prato, illuminati dai raggi pallidamente infocati del sole calante! Per la prima volta egli comprendeva tutta la indicibile bellezza di quei purpurei tramonti.
Rimanevano là, lungamente. Il verde degli alberi passava per tutte le tinte, sotto ai raggi cangevoli del sole, poi l'ultimo raggio si spegneva, spariva e non rimaneva che la chiara e smorta luce del crepuscolo ad illuminare la scena. In quel fuggevole istante tutto prendeva, in quel luogo, un aspetto fantastico. Si sarebbe potuto dimenticare d'essere in questo mondo, e quei due, d'una bellezza soprannaturale, aiutavano a far obliare. Ma erano brevi assai quei crepuscoli, perché presto la luna, già vagamente disegnata nel cielo, spandeva sul parco la sua bianca luce; e la tenebra calava d'improvviso, la forma dei cespugli e i profili delle statue si perdevano nella notte, i contorni si smarrivano, tutto facevasi indistinto, e a gruppi lucenti le stelle s'accendevano nel firmamento.
Allora regnava una pace indescrivibile. V'era qualcosa in quella scena di solenne e di sacro. La vôlta celeste, oscura e sublime si stendeva immensa, tutta tempestata di stelle, eterna traduzione dell'infinito per le menti umane. Nel parco e dovunque il silenzio era profondo. Tutto riposava; solo dei soffi misteriosi correvano qua e là. Il parco era allora affatto deserto non v'era piu nessuno; la natura stessa dormiva: il vasto palazzo quasi non sembrava abitato.
Ma, in un angolo dell'ala sinistra, alle finestre di quella camera che abbiamo descritta, e che guardavano su quel lago(di notte tanto opaco e quasi pauroso), dietro le pesanti cortine pareva quasi che si sarebbe potuto scorgere una luce diffusa. Indistinta Quella luce apariva misteriosa e dolce. E si sarebbe potuto imaginare che su quel punto l'azzurro del firmamento fosse piu profondo e le stelle brillassero d'una luce piu arcana e che da quelle boscaglie e da quel lago sorgessero spiriti invisibili visibili ed emanessero ignoti profumi. E quella parte di casa sembrava come circondata da un nimbo, quasi fosse un tempio.
IV.
Se una creatura sovraumana, librata nello spazio, avesse allora gettato uno sguardo su questa nostra terra oscura, certo quel punto le sarebbe apparso luminoso. Una immensa poesia era raccolta in quell'angolo obliato. Per chi lo comprenda è difficile imaginare qualcosa di piu dolce di quel romanzo, di cui il scenario era quel palazzo e quel parco , ed i personaggi quel vecchio solitario e quei due felici.
Che v'era al di fuori, in quella società turbulenta, infelice, insaziabile? Essi non lo sapevano , non se ne curavano. Qualunque catastrofe, qualunque trionfo avrebbe potuto accadere a pochi passi: era possibile che gl'imperi crolassero, che nuovi resorgessero, che tutto venisse sconvolto; essi non se ne sarebbero accorti. Che premeva loro? Al di là del ricinto il mondo finiva per essi.
Come avevano potuto quei due sottrarsi alla legge commune? Com'era stato permesso che quella villa inutile da tanto tempo, avesse ora il compito di nascondere quei due evasi dalla prigione sociale ? Quella sicurezza in cui si trovavano sarebbe durata a lungo? Era possibile che l'invidia non venisse tra poco a turbare quella calma beata e suprema? La loro parte di male non sarebbe venuta a incoglierli? Il destino li avrebbe per molto tempo ancora dimenticati?
Essi conservavano una indicibile serenità, quella serenità che nega il male e non vi crede. Parevano una creazione del Tiziano fatta vivente, di quelle figure eternamente giovanili, bionde e felici, che il grande artista poneva in mezzo a una di quelle ricche scene veneziane, fulgenti d'oro e di porpora,con in fondo l'immutabile azzurro del cielo. Essi non erano affetti da alcuna delle malattie moderne, e certo nessuna malinconia li poteva sorprendere, nessun presentimento funestare. Il tempo non esisteva quasi per essi, come non esisteva il mondo circondante. Nello stesso modo che non s'accorgevano della società, nel loro paradisiaco isolamento, cosi essi non sapevano ch'esistesse il passato e l'avvenire, tanto erano assorti nell'ora presenta. Passato non ne avevano: poichè appena usciti dall'infanzia s'erano trovati immersi d'improvviso, non nella realtà, ma nella poesia dell'esistenza ; avvenire non ne vedevano, poichè non temevano di nulla e non potevano sperare di piu, poichè tutto intorno e dentro loro si fermava nella suprema beatitudine dell'amore... Com'erano i loro volti rosei e fulgenti, senza possibilità di rughe, con li occhi tranquilli, illuminati ed incapaci di pianto, cosi erano: loro cuori scevri di timori e di mali, le loro menti prive di tenebra e di mestizia. Quelle due anime come quei due corpi erano belle, divine, fatte l'una per l'altra.
Essi rappresentavano quelle rosa tanto sublime e tanto rara quaggiu: l'unione di due esseri che realmente devono essere riuniti: l'amore nella sua perfezione. Poiche è impossibile non appaia chiaro a chiunque abbia molto pensato e non si abbandoni a corte false idee, cosi dette poetiche, che l'amore su questa terra è una eccezione. Negare l'amore è la piu assurda bestemmia: pretendere che tutti lo sentano è diminuirlo e non comprendarlo. Moltissime vite sono prive d'amore(naturalmente si prende qui la parola nel suo significato alto e completo), altre non ne conoscono che dei momenti fuggevoli dei tocchi per cosi dire. Pochissimi lo risentono davvero in tutta la sua sublime pienezza: quelli amano per sempre.
Tra questi fortunati i nostri due erano fortunatissimi. Appartenevano alla classe privilegiata, e s'erano trovati. Quanto sarebbero capaci d'amare e s'incontrassero! Inoltre, il loro sogno s'era fatto reale in tutta la sua pienezza. Com'ora cio accaduto? Saremmo tanto imbarazzati a rispondere, quanto il nostro amico Pietro. O non, v'erano mai stati ostacoli fra di noi e li avevano infranti: ora nulla v'era tra di loro. Come uscivano essi di quella società tanta malvagia e ammalata, irrequieta e falsa? Certo essi no sorgevano, come talvolta tra le pietre d'un edificio solenne e senza poesia sboccia un fiore involontario, profumato. Ma scorre molto tempo prima che una ruvida mano lo venga a strappare?
Essi, sembrava, che non travedessero nemmeno la possibilità d'alcun pericolo. Quelle ore, quei giorni passavano tranquilli e sublimi; quelle loro serenità non veniva mai meno, il loro benessere era assoluto l'aveva quasi ch'essi fossero gli abitatori naturali di quel luogo, sorta da sè stesso d'intra l'ombre del bosco, creazione spontanea, vivente emanazione di quella solitudine Non si rammentavano certo d'esservi giunti poco prima, non ideavano di dover partire: quel loro soggiorno non aveva quasi avuto principio, non poteva certo aver fine. Quell'amore aveva come consecrato quel sito: quella profonda quiete aveva cosa inacessibile alli altri la loro felicità. Essi rappresentavano qualcosa di sovraumano, erano sotto una protezione suprema, e nulla di terreno poteva riuscir loro paurose. E il vecchio Pietro, dopo quella sua lunga vita monotona, si scaldava, per cosi dire, al sole di quell'amore. Istintivamente, d'improvviso, egli comprese tutta la poesia che quei due amavano; e stava assorto dinnanzi a loro in continua contemplazione. Sul principio aveva talvolta risentito per essi delle strane, inespirabili malinconie; ma ora erano sparite, sentiva di non tenerne piu tanto la serenità che spandevano d'intorno era contagiosa.
V.
Una mattina il cielo si annuvolo. Pietro si sentiva mesto e se ne stava sul terrazzo, contemplando al solito i due giovanetti che venivano dal fondo del parco. Non gli erano mai sembrati cosi belli; s'avanzavano lentamente, con molti fiori di vivaccissimi colori tra le mani. Un raggio di sole che squarciava due uuvoloni, quasi neri, cadeva su di loro ad illuminarli. La fanciulla parlava ed il giovane ascoltava, guardandola. Quando furono giunti al palazzo, della parte opposta, a quella dov'era Pietro, si soffermarono un instante, poi salirono i gradini, ed entrarono.
La malinconia del vecchio s'aumento non vedendoli piu ricomparire. Passo piu d'un ora senza ch'egli si togliesse dalla sua immobilità. Poi da scosso da un rimore indistinto che gli colpi desolamente l'orecchio, ed un istante dopo vide due uomini in fondo al prato, due sconosciuti, che sembravano riccamente vestiti, e gesticolavano con molta vivacità. Questo spettacolo insolito lo turbo. Vide i due dopo un istante internarsi nel folto del parco. S'alzo, e piu presto che potè, si pose un cammino per raggiungerli, pagliando una corelatoia.
Giro un bel pezzo senza poterli incontrare: poi, quando meno se l'aspettava, si li vide dinnanzi, attraverso ai rami d'un cespuglio che lo nascondevano alli occhi loro. Vide allora che non portavano dei ricchi costumi, come gli era sembrato in distanza una delle livree gallonate. Parlavano a voce pittosto alta, perchè, malgrado la sordità, potè udire qualcosa dei loro discorsi. -"Ah, caro mio, quando ci penso ne rido ancore!" gli parve che l'uno dicesse. -"Svignarsela il giorno stesso delle nozze e nella carozza del pardone!" l'altro rispose. -"Dello sposo", soggiunse il primo. Pietro si senti un freddo al cuore. -"La piu bella poi è d'esser venuti qui." -"Quello sarebbe proprio..(qui alcune parole a scomessa voce). Ma credi che siano qui ?" -"Ne sono certo." "Se si trovano, giunti a loro!"
Il vecchio non volle udirne di piu; pallido, tremanto, corse verso casa. Non cercheremo di spiegare i pensieri che lo travagliarono gliarono un quel tragitto. Il cuore quasi piu non batteva, le labbra tremolanti balbettavano parole incoerenti. Tutte le sue paure s'avveravano; si presentavano dinanzi alli occhi-terribili. Sali frettoloso gli scaglioni del terrazzo, per correre ad avvisarli del pericolo. Traverso du grandi sale;alla terza s'arresto di botto e si senti le ginocchia che si piegavano sotto il peso dell' emozione. Tre altri uomini-signori questi-erano nella sala.
Appena lo videro, uno di essi, un gentiluomo piccolo, grosso, tarchiato, con due occhietti cattivi, s'avanzo verso di lui. - "Vechhio!" egli disse "voi siete un servitore della casa ? Pietro non era mai stato coraggioso; era una natura umile, timida, abituato all'obbedienza. Eppure, d'improvviso, si rinfranco, non tremo piu, guardo in faccia a quello che gli parlava e rispose senza esitare: "Si, signore. Ho servito i Principi d'Ostellio da cinquan-t'anni."
Vi sono delle nature che in certi momenti supremi cambiano a un tratto. Pietro era di queste. Chi lo rinfranco?-L'idea stessa dell'imminenza del pericolo che sovvastava non sopra di sè, ma su quelle due teste adorate, di quel pericolo indistinto e tremendo, che lui non comprendeva, ma che lo alterrava, fece a un tratto di quel vecchio intimidito dalla solitudien, un uomo risoluto.
Quando aveva visto suei tre nella sala, aveva sentito d'esser giunto troppo tardi: ora gli pareva di poterli ancora salvare. -"Giurate di rispondere la verità," continuo lo sconosciuto. -"Lo giuro." -"Avete ospitato in questa villa un giovanetto ed una fanciulla?" -"No, un li ho nemmeno visti. "Era forse la prima volta che Pietro mentiva. -"Badate che io sono mandato dal vostro padrone, rispondando a me è come rispondeste a lui." Pietro fu un po' scosso da queste parole. ....."Non avete dunque ricoverato nessuno?" -"Nessuno, signore." Vi fu una pausa. Poi uno delli altri soggiunse: -"Vedremo se avette detto la verità. E volto alli altri." E meglio assicurarci coi nostri occhi. Venite." Uscirono dalla sala dalla stessa parte d'onde Pietro era venuto. Appena fu solo egli precipito dall'altra, sali una scaletta segreta e su trovo nell'ala sinistra del palazzo, all'uscio dell'appartamento dei due amanti, mentre gli altri giravano dal lato opposto della villa.
Busso. Nessuno rispose. Griso sommessamente:"Aprite, aprite per carità!" Busso di nuovo-invano. Goccie fredde di sudore gl'inumidivano la fronte canute. Picchio convulso, delirante, scusse la porte; nessuna risposta. Allora quel vecchio fu colto dalla disperazione. Proruppe in un proffluvio di parole incoerenti: era una preghiera, eloquente nel suo fervore disordinata e strana...S'inginocchio dinanzi a quell'uscio, lo afferro con rabbia, sento di scuoterle pangendo, ma tutto inutilmente.
Eppure agli era certo ch'essi erano in quella camera; prima perchè li aveva visti dirigersi per quella parte e non erano altrove, poi perché l'uscio era chiuso di dentro.
Comincio a gridare; annuncio loro ch'erano perseguitati, che bisognava fuggire, li supplico ad aprire, ad aver pietà di lui, di loro stessi, disse che il tempo stringeva, che s'udivano i passi dei loro nemici, che fra un minuto non si sarebbe piu in tempo... E, pregando con la facondia della passione, singhiozzava.
Ma l'uscio rimaneva inesorabilmente chiuso. I passi s'avvicinarono, una porta si apri a cinque o sei persone entrarono.
Cosa incredibile! Pietro riprese ancora coraggio, intese che bisognava dissimulare, ed ebbe la forza di nascondere il terribile turbamento. -"Non s'è trovato nessuno" disse uno che finora non aveva parlato. Non ne rimane piu che entrare li. Apri quell'uscita. -"E inutile" rispose Pietro, "Non posso, non ho la chiave è smarrita. E una stanza che serve da ripostiglio."
Qui un nuovo personaggio entro in scena: era un uomo alto imperiso, dai capelli neri, dal viso abbroncito, dall'espressione cinica e dura. -"Andiamo, Pietro, non far sciocchezze. Non mi riconosci! Apri quell'uscio."
Il vecchio trasali e spalanco gli occhi; era il suo padrone, il principe d'Ostellio, che da tanto tempo non aveva visto.
Come lo aveva desiderato! Quanto aveva sperato di vederlo! se fose giunto qualche tempo prima, quando era solo nella villa come sarebbe stato felice, felice d'una gioia indescrivibile! Come gli sarebbe caduto ai piedi ai piu piccolo cenno, come gli avrebbe baciato le mani!
Ora non si mosse. V'era qualcuno ch'egli amava assai piu del padrone. Sentiva una strana emozione e nel suo vecchio cuore uno straordinario sussulto. Involontariamente, gli occhi gli si empirono di lagrime. Ma la lotta fu breve, il nuovo amore fu piu forte dell'antico.
Egli balbetto, interrompendosi per l'emozione: La riverisco. Eccelenza. Mi perdoni...non posso aprire...la chiave non c'è... è inutile...non c'è nessuno...la stanza è vuota...Mi scusi... -"Che hai, mio buon Pietro, perchè sei tanto turbata? Hai perduta la chiave? -Ebbene, signori, animo, abbattiamo quest'uscio." E s'avanzarono.
Il vecchio aveva perso la festa. Un delirio lo colse. Quei due ch'egli amava alla follia, se li vide dinanzi alli occhi, come in una visione. Bisognava salvarli! Questi non dovevano entrare! Si vedeva davanti il suo padrone tanto amato e rispettato una volta ed ora sentiva d'improvviso d'odiarlo!
Non penso alla inutilità d'ogni suo sforzo, alla sua impotenza. Si pianto fermo contro quell'uscio, non poiu curvate, non oiu umile. Il suo occhio brillava, il suo corpo era dritto como quello d'un giovane, i suoi pugni erano stretti alla difesa.
Tutti si soffermarono. Ma l'esitazione non duro che un istante. Due s'avanzarono, e lo scartorono d'un colpo. Poi tutti appoggiarono le spalle contro l'uscio, che con un forte rumore, cedette e rovino.
Pietro era caduto per terra. Il principe entro per il primo. La stanza era vuota. Non v'era nessuno. Erano scomparsi. Dalle finestre entravano il ragggi del sole e l'olezzo dei fiori. Una calma da eden regnava là dentro. Un indistinto, penetrante profumo riempiva la camera. Qualche passero addomesticato era entrato, e se ne stava rannicchiato fra le cortine del letto. Quella camera appariva allegra, festosa, quasi ironica. Era deserta; ma una immensa gioia s'era sparsa-accumulata.
VI.
La realtà era giunta per spezzare l'incanto di quella poesia. Prima non v'era che un semplice poema; poi, d'improvviso, il dramma aveva fatto irruzione.-Ma, al presentarsi della lotta, quei due che rappresentavano l'ideale, non v'erano volti a far faccia, non se n'erano curati-erano semplicemente sfumati Erano scomparsi in pieno giorno, nello stesso modo che le visioni dorate cominciano al crepuscolo e spariscono all'alla. Di quel sue-cosi belli e felici-non poteva essere altrimenti. Essi cosi sublimemente isolati, all'apparire del dramma, non poterano che dissolversi.
Dov'erano andati? V'era forse qualche regina sconosciuto, confinante con la terra, dove avevano trovato rifugio; oppure d'erano confuso con la natura, erano diventati parte di quel fulgido sito, di cui prima sembravano una ? S'erano forse compenetrati con li alberi, coi cespugli e con il arrampicanti della villa? V'era forse qualcosa d'essi nell'olezzi dei fiori, nell'ondeggiante dell'erba, nel mormorare del vento tra le frondi?...
Non lasciamoci trascinare dalla fantasia. La fine inesplicabile del fatto che abbiamo narrato rimase un mistero per tutti. Molti rinunciarono affatto a comprenderlo, altri ne trovarono la spiegazione in quel lago profondo ed opaco, silenzioso e strano, è che certo non poteva lasciare indovinare i segreti che celava; altri invece sostennero che i due amanti erano fuggiti in qualche modo
Ma la leggenda popolare fu informata a idee sopranaturali. la villa d'Ostellio aquisto fama d'essere fatale, e a nossuno si potè far credere che i due amanti non vi abitassero ancora. Per i paesani essi s'aggirano sempre, talvolta invisibili, tal'altra indistitamente travisti, per gli ombrosi viali e boschetti reconditi. E una storia che i popolani raccontanovolentieri, abbassando la voce e guardandosi d'intorno, e alla quale credono, fermamente e credevano sempre. Molti anni sono ora passati; il vecchio PietroPietro dorme da molto tempo il suo ultimo sonno, la famiglia d'Ostellio aquisto fama d'essere salata e a nessuno si potè far credere che i due amanti non vi abitassero ancora. Per i passanti essi s'aggirano sempre, talvolta invisibili, tal'altra indistintamente travisti, per gli ombrosi viali e o boschetti reconduti. E una storia che i popolani raccontano volentieri, abbasssando la voce e guardandosi d'interno, e alla quale credono fermamente e crederanno sempre. Molti anni sono ora passati: il vecchio Pietro dorme da molto tempo il suo ultimo sonno, la famiglia d'Ostellio, s'è istinta, la villa è del tutto abbandonata; piu nessuno vi dimora e non si sa quasi a chi si appartenga. I cancelli corrosi s'aprono sotto la piu lieve pressione, ma pocchissimi osano penetratrarvi. Quelli che vi si arrischiano sono reputati esprits forts, ed i forestieri sono costretti a dare grosse mancie per trovarvi un cicerone.
Eppure entrando, non si scorfe nulla di pauroso. Nessuno si vide mai fantasma di sorta. Il parco ha anzi aquistato in poesia. Il disordine della natura è sublime, e tale da innamorare un artista e fare sognare chiunque. La vegatazione è piu che mai lussareggiante e vivace. In certi punti l'ombra è impenetrabile. Le statue conservano la loro immobilità serena, ma sono ora del tutto coperte di muschio. Mille piante parassite abbracciano e soffocano i tronchi secolari. I prati si confondono coi viali; e questi a loro volta si perdono nel nulla. Qua e là dei tronchi d'alberi morti intercettano il cammino. Il bosco s'è fatto inacessibile, ma gli angelli vi cantano sempre. Il palazzo è deserto, alcune finestre aperte. I vetri rotti. Il decadimento è dovunque, ma l'ideale traspira da ogni parte. Nessun passo turba il silenzio delle vaste sale. Nell'appartamento d'angolo niuno ha piu osato penetrare. In primavera un immenso epitalamio riempie quella splendida solitudine. Una indescrivibile gioia è sparsa dovunque, un gaudio sommesso, una misteriosa voletta. I profmi sono dolcissimi, strani, sebbene i fiori statte naturali.
Chi vi penetra non è atterrito, ma incantato. E non vi puo essere un pericolo in quella audizione ? Non s'arrischia forse di essere inebriati, attirati, addormentati da quel blando veleno d'amore sparso dovunque ? S'è sicuri di poterne uscire?- Quelli che vi audarono, affermato d'aver visto in certi punti apparire delle forme indistinte, e aver udito qua e là dalle risa sommesse, della parole internate e un fruscio di vesti. Intorno a quel lago, sempre piu mistico e sirano, spira un'aura voluttuosa che illanguidisce e da un morboso piacere. E là di piu che altrove, s'odono le risa e un mormorio indistinto e talvolta un indescrivibile rumore, come uno scoccar di baci...